Due cuori e una cartella (clinica)

cuore

Bambino-ospedale. Per dirla con la Bertè, è un concetto che il pensiero non considera.

E’ un’antitesi, un’ossimoro e pure un paradosso.

Il bambino dovrebbe stare in ospedale solo qualche giorno dopo la nascita. O al limite tornarci, se proprio è necessario, per un’ appendicite.

E invece, purtroppo, capita. Più spesso di quanto tu stessa pensassi. Ma dal momento che due dei tuoi tre nipotini ci sono finiti, in ospedale, hai capito tuo malgrado che non è un concetto tanto assurdo. E hai scoperto che, per quanto sembri incredibile, le pediatrie sono sempre, sempre piene.

La prima è stata L., la Pasionaria, l’anno scorso. Il suo cuore era diventato grande quanto quello di un adulto. E lei era così piccola. Te ne sei resa conto quando l’hai vista, per la prima volta, in quel letto, con i tubetti dell’ossigeno nel naso ed un serie di elettrodi che uscivano dalla maglia del piagiama.

Si perdeva, in quel letto. Con la sua parlantina eri abituata a vederla così grande ed indipendente, e invece eccola lì, uno scriccioletto tra lenzuola ruvide.

Poi, il piccolo V. E non ci volevi credere.

Aveva solo 15 giorni quando ha fatto capire a tutti di che pasta è fatto. Lo hanno intubato. Una parola che eri abituata e sentire solo su E.R. Come non eri abituata a vedere un medico guardare due genitori e dirgli, con occhi tristi e sorpresi, di non capacitarsi nemmeno lui di quanto fosse successo.

E intanto quel batuffolino azzurro in un letto enorme lottava per la vita, e vinceva la prima battaglia. Con una forza che non pensavi potesse essere già così sviluppata, in pochi giorni di vita.

Pare c’entri in entrambi i casi questo cavolo di ventricolo sinistro, e se lo becchi gliela fai vedere tu.

In ogni caso, poiché siete una famiglia di miracolati, hai deciso che d’ora in poi tutto andrà bene. E anche se così non sarà, sarete ben pronti alla lotta.

La notte in cui la Pasionaria era stata ricoverata, avevi letto e guardato la tv. Facevano un programma di poesia, e ad un certo punto ti era sembrato di cogliere un segno. Avevano letto una poesia di Ezra Pound, collegandola ad un fatto incredibile accaduto (forse) in Russia. Alcuni medici, che stavano operando un uomo pensando che avesse il cancro, avevano invece scoperto che gli era cresciuto un albero sul polmone. Un abete. Rosso.

Vera o no, questa storia ti aveva colpito, e avevi immaginato che un piccolo alberello avesse trovato un posto accogliente dove crescere, dentro tua nipote. Magari era un pioppo.

 

L’albero m’è penetrato nelle mani

L’albero m’è penetrato nelle mani,
La sua linfa m’è ascesa nelle braccia,
L’albero m’è cresciuto nel seno –
Profondo,
I rami spuntano da me come braccia.
Sei albero,
Sei muschio,
Sei violette trascorse dal vento –
Creatura – alta tanto – tu sei,
E tutto questo è follia al mondo.

Ezra Pound

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